Procida –
Una lezione di storia “dal vivo”, dentro uno dei luoghi più carichi di memoria dell’isola. Nella suggestiva cornice della Chiesa Nuova, gli studenti delle classi seconde e terze del liceo (indirizzi linguistico, scientifico e scienze umane) hanno partecipato a un incontro dedicato alla Confraternita dei Turchini e alla Processione del Venerdì Santo, appuntamento identitario che ogni anno attraversa Procida unendo fede, arte e partecipazione collettiva.
L’iniziativa, promossa dalla Congrega e dall’istituto scolastico guidato dalla dirigente Maria Salette Longobardo, si inserisce in un percorso di collaborazione che negli ultimi anni ha consolidato un legame concreto tra scuola e realtà associative del territorio. Un dialogo che punta a trasformare le tradizioni locali in occasioni formative, capaci di parlare alle nuove generazioni con strumenti adeguati e con la forza delle testimonianze dirette.
Organizzato dal professor Migliaccio, l’incontro ha offerto agli studenti la possibilità di ascoltare la voce di chi, ancora oggi, custodisce e tramanda i riti della confraternita. Per la Congrega è intervenuto il Priore Matteo Germinario, che ha guidato i ragazzi in un percorso tra passato e presente, ricostruendo le tappe salienti della storia confraternale e soffermandosi sui segni più riconoscibili della devozione procidana, a partire dal celebre Cristo Morto del Lantriceni. Alla mattinata hanno preso parte anche un rappresentante dell’associazione I Ragazzi dei Misteri, realtà impegnata nella cura e nella trasmissione di uno degli aspetti più caratteristici della processione, e la fotografa ischitana Lucia De Luise, che ha voluto offrire un contributo concreto donando alla Congrega una selezione di scatti realizzati negli anni passati: un patrimonio di immagini destinato ad arricchire la memoria visiva della comunità e a raccontare, attraverso l’obiettivo, la continuità di un rito che si rinnova.
Il racconto, scandito da riferimenti storici e da aneddoti, ha restituito la complessità di una tradizione che non si esaurisce nell’aspetto religioso, ma si manifesta come patrimonio culturale condiviso. La Processione del Venerdì Santo, infatti, è anche un grande rito civile: una trama di gesti, silenzi, simboli e linguaggi estetici che coinvolge l’intera comunità, richiamando residenti, procidani fuori sede e visitatori. Un evento che attraversa le generazioni e che, anno dopo anno, rinnova il senso di appartenenza, alimentando una partecipazione corale che va oltre le differenze e oltre la semplice dimensione spettacolare.
Al centro della mattinata, il tema della trasmissione: cosa significa, oggi, ereditare una tradizione secolare in un tempo segnato da velocità, globalizzazione e cambiamenti sociali? L’obiettivo dichiarato dell’iniziativa è stato proprio quello di sensibilizzare gli studenti sull’importanza della memoria storica e sulla necessità di valorizzare le radici culturali del territorio. Per la Congrega dei Turchini, offrire ai giovani strumenti di comprensione significa garantire continuità a un patrimonio che vive non solo nei grandi momenti pubblici, ma anche nel lavoro discreto che precede il rito.
A sottolineare la profondità di questa esperienza è stato il professor Migliaccio, richiamando il senso del Venerdì Santo come giorno di dolore e raccoglimento: “Tutto ruota attorno alla morte: la morte per eccellenza, la più atroce e la più ingiusta. È un giorno di silenzio, di rispetto e di raccoglimento; un giorno che richiama il sacrificio e l’ingiustizia, ma anche la dimensione spirituale della fede”. Parole che hanno aperto una riflessione sul valore dei riti nella costruzione di una comunità, soprattutto quando il mondo esterno sembra spingere verso un’idea di modernità che rischia di appiattire identità e differenze.
Nel suo intervento, il docente ha evidenziato come Procida continui a custodire con fedeltà una tradizione “antica e sempre nuova”, capace di parlare anche a chi non si riconosce pienamente nella dimensione religiosa. La Processione diventa così un dispositivo sociale: un’occasione di coesione, di crescita e di rafforzamento dell’identità culturale. “Il vissuto del sacro e la forza dei riti permettono ai ragazzi di sentirsi parte di una comunità viva – ha osservato – nella quale, un giorno, potranno diventare testimoni di fede e di tradizione, tramandando alle nuove generazioni quanto ricevuto”.
Un passaggio significativo ha riguardato anche il “dietro le quinte” della preparazione, quel lavoro paziente e spesso notturno che accompagna la realizzazione dei Misteri e delle rappresentazioni legate alla processione. È una dimensione fatta di dedizione, artigianalità e responsabilità condivisa, in cui ognuno custodisce con discrezione il proprio compito. “Tutti hanno un ruolo, nessuno è escluso: tutti sono famiglia”, è il messaggio che riassume lo spirito di un impegno collettivo che si alimenta di appartenenza e fiducia.
Per gli studenti, l’incontro ha rappresentato un momento di crescita e di scoperta: la possibilità di ascoltare direttamente chi porta avanti i riti della confraternita ha reso più concreta una storia che, a volte, rischia di essere percepita come scontata o distante. L’auspicio condiviso è che iniziative di questo tipo possano ripetersi, rafforzando un’alleanza educativa tra istituzioni scolastiche e comunità locali. Perché conoscere e preservare il passato non è un esercizio nostalgico, ma un modo per mantenere vivo il senso di appartenenza e consegnare alle generazioni future un patrimonio culturale di valore inestimabile.
